Riconoscere la dipendenza affettiva

Riconoscere la dipendenza affettiva

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Come si riconosce la dipendenza affettiva? Ultimamente si parla molto di questo tema, ma, per avere più chiaro di che si tratta, è importante sottolineare che non ci stiamo genericamente riferendo ad amori infelici, ma ad una determinata tipologia di relazioni non sane, o tossichedotate di specifiche caratteristiche.

Di solito, quando si parla di relazioni tossiche si fa riferimento all’interazione tra un/una partner dominante che mette in atto comportamenti  manipolatori e svalutanti (caratterizzati da mancanza di empatia e costante critica) nei confronti un/una partner “vittima”.

Né con te né senza di te

Si tratta di relazioni in cui entrambi i partner sono, di fatto, prigionieri di un ruolo; nonostante tali situazioni non siano piacevoli per nessuno dei due (nemmeno per chi esercita il ruolo dominante) traggono linfa vitale dalla sofferenza che generano, intervallata da brevi momenti di serenità.

Per questo motivo rappresentano una forma di dipendenza relazionale reciproca, un comportamento dannoso del quale si è schiavi, nonostante sia malsano, alla stregua di quanto accade con la dipendenza da sostanze.

Tornare protagonista

Non posso fare a meno di notare, nel momento in cui mi ritrovo ad accogliere racconti relativi a relazioni tossiche nelle vesti di psicoterapeuta, che il focus del narratore (che generalmente coincide con chi sta subendo i comportamenti manipolatori e svalutanti) è sempre, invariabilmente, spostato sull’altra persona.

Le sedute sono incentrate sull’altro (cosa ha fatto o detto, cosa ne ha suscitato la rabbia) e mai su come si sente la persona in terapia, cosa prova, o cosa la fa stare bene.

Ho sempre trovato davvero significativo constatare come lo spazio della terapia, per definizione profondamente privato e personale, si riempia delle narrazioni che hanno per protagonista una persona che non abita quello spazio, mentre la persona interessata relega sé stessa al ruolo di comprimaria.

Un cambio di prospettiva

Vorrei proporre un cambio di prospettiva e occuparmi, in questo articolo, delle caratteristiche e dei comportamenti messi in atto dal partner “vittima”; anche se, nell’immaginario collettivo, il manipolatore è un uomo mentre la partner vittima una donna (per ragioni legate al retaggio culturale e perché, in letteratura, saggi come il celebre “Donne che amano troppo” della psicoterapeuta Robin Norwood hanno sviscerato questa dinamica) utilizzo volutamente il genere neutro per entrambi, in modo di dare conto di situazioni speculari o di relazioni tra persone dello stesso sesso.

La domanda che mi pongo è: come mai alcune persone accettano di vivere relazioni tossiche, sottostimando i comportamenti spiacevoli subiti?

È per questo che, pur riconoscendo l’utilità di identificare i comportamenti negativi messi in atto dal partner manipolatore, mi chiedo se, per non cadere nel cliché di abdicare ad un ruolo da protagonista nella propria vita, non sia più utile cominciare a chiedersi qual è il ruolo che noi giochiamo; non si tratta di assumerci delle colpe, ma di recuperare una forma di potere su ciò che accade, invece di subire passivamente gli eventi.

Perché “proprio a me”? Un podcast sulla dipendenza affettiva

Mi sono trovata a riflettere su questo tema stimolata, oltre che dalle storie dei pazienti, dall’ascolto del podcast “Proprio a me” uscito l’anno scorso, in cui la giornalista Selvaggia Lucarelli racconta la propria storia di dipendenza affettiva.

Il podcast, che si compone di sette puntate,  racconta, oltre alla vicenda della Lucarelli, altre cinque storie di “amore tossico”; nell’episodio conclusivo, il settimo, la giornalista commenta le dinamiche che accomunano la propria e le altre storie insieme ad una psicologa esperta di dipendenze affettive, Ameya Gabriella Canovi, la quale offre una serie di spunti di riflessione.

Proprio a me

Il podcast di Selvaggia Lucarelli

Il titolo “Proprio a me” è molto utile nel mettere l’accento su di sé, piuttosto che sulla controparte della relazione tossica, ponendosi la fatidica domanda:

Perché è successo proprio a me?

Nella loro diversità, le storie narrate nel podcast sono accumunate dal fatto che i protagonisti non riescono a fare a meno di quella relazione, nonostante sia fonte di un malessere ogni giorno più forte.

Essi subordinano al mantenimento del legame tutti gli altri aspetti della propria vita, dedicando al compito di rendersi costantemente indispensabili all’altro tempo ed energie, fino a rasentare l’annullamento di sé.

Naturalmente questo comportamento conduce, presto o tardi, ad un tracollo emotivo, professionale e interpersonale, dato che non esiste tempo e disponibilità per nient’altro.

Guardare oltre le apparenze

Nel caso della Lucarelli abbiamo di fronte una professionista affermata dal carattere forte e dominante, cosa che ci induce a chiederci come sia stato possibile, per lei, essere vittima di una spirale di dipendenza affettiva così dolorosa. Anche i protagonisti delle altre storie raccontate si presentano come persone appagate e realizzate, almeno apparentemente.

Per quale misteriosa ragione una persona che si sente sicura di sé e che conduce una vita di successo dovrebbe cadere nel baratro di una dipendenza affettiva?

Come è possibile che sia successo proprio a me di vivere un amore tossico?

Come mai ricado sempre in questa relazione, anche se so che non mi fa bene?

Per trovare la risposta bisogna saper guardare sotto la superficie, andando oltre le apparenze e l’immagine sociale, le quali rischiano di dare degli altri e di noi stessi un quadro parziale ed inevitabilmente incompleto.

Le segrete simmetrie

Dentro ognuno di noi abitano una molteplicità di bisogni di segno antitetico, dei quali spesso non siamo pienamente consapevoli. Abbiamo, ad esempio, bisogno degli altri, come pure di spazi di autonomia; per la nostra realizzazione personale sono importanti sia la sicurezza che la capacità di saper correre dei rischi.

Oltre ad avere bisogni di segno differente, siamo tutti dotati, in misura variabile, di caratteristiche che sembrerebbero essere in contraddizione tra loro: siamo tutti, al tempo stesso, forti e vulnerabili, bisognosi di vicinanza e di distanza, autonomi e dipendenti; si tratta di elementi che non si escludono a vicenda, ma che sono, invece, complementari tra loro.

Siamo quindi, in definitiva, caratterizzati da polarità di segno opposto, ma, di solito, tendiamo ad identificarci unicamente con alcune caratteristiche che avvertiamo coerenti con l’immagine che abbiamo di noi stessi, lasciando in ombra la parte complementare.

Ad esempio, se attribuiamo molto valore all’essere persone indipendenti, non bisognose di nessuno, faremo fatica a riconoscere la nostra complementare polarità dipendente. Ciò può tradursi nella tendenza, solo parzialmente consapevole, ad intrecciare  legami emotivamente poco coinvolgenti,  legami apparentemente funzionali, ad uno sguardo superficiale, ma poco nutrienti a livello profondo.

I bisogni inespressi

Da cosa si origina l’immagine che abbiamo di noi stessi? Nasce dalle esperienze vissute durante la crescita e dalle relazioni vissute con le figure di riferimento che abbiamo avuto.

Se, ad esempio, abbiamo sperimentato di frequente di non poter ricevere il supporto emotivo di cui sentivamo il bisogno da parte di una persona significativa per noi possiamo, inconsapevolmente, aver maturato la convinzione che la cosa migliore da fare sia non dipendere mai da nessuno.

Possiamo avere tante relazioni che, però, non sono mai davvero significative oppure una relazione che sembra essere molto importante nella quale, tuttavia, rimane sempre, tra i due partner, una distanza “di sicurezza”; apparentemente non si è mai soli, nel profondo lo si è sempre.

E’ un po’ come dire a se stessi:

Ho sete ma, dato che non c’è sufficiente acqua a disposizione per me, avere sete è sbagliato.

Naturalmente le cose non stanno così dato che l’acqua è necessaria per vivere. Utilizzo questa metafora, che può apparire bizzarra, per esprimere che il soddisfacimento dei bisogni affettivi è essenziale, per una crescita armonica della persona, allo stesso modo del soddisfacimento dei bisogni fisiologici.

Il bisogno di potersi fidare ed affidare nelle relazioni esiste, anche se non ne siamo consapevoli, e non mancherà, presto o tardi, di palesare la propria presenza, segnalando che dentro di noi albergano necessità di conforto e di vicinanza a cui non abbiamo dato il riconoscimento e la gratificazione che richiedono.

Legittimare la “parte in ombra”

La dipendenza, sia che si esprima nell’ambito delle relazioni, sotto forma di dipendenza affettiva, che nel caso di dipendenza da sostanze o di altre dipendenze comportamentali (gioco d’azzardo, shopping compulsivo, abbuffate compulsive, etc.) cela spesso una gamma di necessità relazionali ed emotive rimaste insoddisfatte che reclamano a gran voce la nostra attenzione.

In una sorta di legge del contrappasso, il bisogno di appartenenza e di connessione, il bisogno di affidarsi, il timore del rifiuto, il desiderio di non essere abbandonati e di poter contare su qualcuno ai cui occhi siamo importanti, si faranno strada nella nostra vita in una modalità distorta.

Guarire le ferite

Il legame che si viene a creare tra i due partner di un amore tossico non rappresenta, purtroppo, uno spazio sicuro di  accoglienza e di riconoscimento della vulnerabilità reciproca, in cui trovare il conforto e supporto emotivo tanto desiderati.

Si tratta di un rapporto non sano in cui a farla da padrone è la fissità dei ruoli Vittima/Carnefice, senza che sia spazio per l’autenticità di due persone che si incontrano.

Sottrarsi ad un rapporto del genere è senz’altro la scelta più sana che si possa fare; nel farlo, tuttavia, non bisogna unicamente imporsi una disintossicazione terapeutica, aspetto senz’altro fondamentale, ma anche dare finalmente il giusto riconoscimento al proprio naturale bisogno di vicinanza e di amore.

Tale riconoscimento rappresenta il primo passo di un cammino che ci porterà a legittimare le parti di noi rimaste in ombra; comprendere ed accettare i nostri bisogni affettivi ci fa fare pace con noi stessi, ponendo le premesse per la creazione di relazioni sane e affettivamente nutrienti.,

Crepacuore: un libro testimonianza

Oltre al podcast, Selvaggia Lucarelli ha recentemente presentato un libro autobiografico, intitolato “Crepacuore. Storia di una dipendenza affettiva“, nel quale torna sulla propria storia e ne approfondisce il racconto, avvalendosi della profondità espressiva che la parola scritta consente.

Crepacuore

Storia di una dipendenza affettiva

Il libro rappresenta, dal mio punto di vista, un resoconto onesto, lucido e sofferto, che non manca di offrire numerosi profondi spunti di riflessione rispetto al cammino di presa di coscienza attraverso la quale la protagonista comprende le dinamiche affettive che l’hanno, inconsapevolmente,  esposta al rischio, purtroppo divenuto realtà, di vivere un amore tossico.

In questo breve video potete ascoltare Ambra Angiolini che ne legge una pagina:

Suggerisco di cogliere l’opportunità di leggere questa testimonianza a chiunque sia interessato a approfondire le dinamiche della dipendenza affettiva; troverà una condivisione sincera delle zone di luce e d’ombra, un cammino di sofferenza e rinascita in cui la catarsi passa attraverso una rinnovata conoscenza ed accettazione di sé nella propria interezza e complessità.

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